Allestimento fotografico

Guardare

9 novembre 2016 – 5 febbraio 2017, sala 19

Pierre-Louis Pierson e Virginia Verasis, comtessa di CastiglioneScherzo di Follia© Musée d'Orsay, dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
Nell’antica Grecia, il sole era considerato l’occhio del mondo, i suoi raggi degli sguardi, la sua luce radiosa la “madre degli sguardi” (Pindaro). L'invenzione della fotografia (dal greco photos, luce, e graphein, scrivere, disegnare, dipingere) ha generato molto più di una semplice rivoluzione nella storia dello sguardo su se stessi, sugli altri e sul mondo.
Difatti, le immagini ottenute tramite questo strumento di riproduzione fisico-chimica – per un po’ chiamate in Francia eliografie (dal greco helios, sole) in onore del primo procedimento inventato da J. N. Niépce – hanno anche imposto il lento riconoscimento di una possibile superiorità creatrice dell’occhio sulla mano.

Fotografare è, innanzitutto, guardare, atto da cui scaturisce un’interpretazione degli elementi scelti per comporre un’immagine. Non stupisce dunque notare, sin dalla metà dell’Ottocento, una certa costanza dei fotografi nel trattare lo sguardo stesso come soggetto, motivo, input o finalità della rappresentazione.
Sguardo figurato in senso proprio più che sguardo in senso figurato: è questo l’orientamento, quale emerge dalla collezione del museo d'Orsay, prescelto per questa mostra, arricchita in via eccezionale da due prestiti del museo d’arte moderna e contemporanea di Strasburgo.

“All’inizio non osavamo guardare troppo le prime immagini [dagherriane]. (…) Pensavamo che quelle minuscole figure sulle immagini potessero vederci”. Questo ricordo del dagherrotipista tedesco Karl Dauthendey ci rammenta che, tra lo sguardo del modello e quello dello spettatore, il fotografo ha sempre goduto di un potere che, venuta meno la magia, è stato alimentato dal mito della trasparenza e dell’oggettività della fotografia. A scapito, d’altronde, del riconoscimento di quest’ultima come mezzo di espressione personale.
Alcuni fotografi, rompendo l’illusione per scongiurare la freddezza disincarnata dell’occhio meccanico, si mettono allora in scena come soggetti “guardanti”, affermando la loro presenza fisica attraverso l’inquadratura, le ombre o i riflessi, oppure rivendicando la soggettività della visione nel titolo delle proprie opere.

I giochi di sguardi declinati in questa presentazione, d’ispirazione spesso ludica e/o concettuale, mettono in risalto la portata quasi sempre autoreferenziale del tema in fotografia. Cosa che risulta ulteriormente arricchita dalla dimensione speculare (effetto a specchio) inerente al medium fotografico, fino al limite della cosiddetta mise en abyme: per esempio, quando il visitatore è invitato a osservare qualcuno che osserva a sua volta delle foto; ma anche perché la libertà di quest’ultimo, in fondo, è essa stessa una mera illusione, come sottolinea lo scrittore Franz Kafka in merito al potere delle immagini su quell’altro sguardo riflessivo che è la coscienza: “Non è lo sguardo che si appropria delle immagini, sono le immagini che si appropriano dello sguardo. Esse annegano la coscienza”.

Commissario

Thomas Galifot, conservatore fotografie al museo d'Orsay

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