Accrochage

Il dagherrotipo francese nelle collezioni del museo d'Orsay

Naissance de la photographie

Dal 27 Maggio al 07 Settembre 2008
Anonyme
Une partie d'échecs, vers 1850
Musée d'Orsay
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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Philibert Perraud-Groupe d'artistes à Rome
François Perraud
Groupe d'artistes à Rome, vers 1845
Musée d'Orsay
Acquis en vente publique, 2007
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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L'esposizione dei più bei dagherrotipi francesi custoditi presso il museo d'Orsay è sembrata la migliore soluzione da contrapporre alla mostra, L'immagine rivelata. Prime fotografie su carta. Infatti, intorno al 1840, il desiderio legittimo di conservare le immagini che si formano nella camera oscura porta alla nascita di due procedimenti molto diversi. Alla luminosità vivace e scintillante della tecnica elaborata proprio in Francia da Louis Daguerre e conosciuta con il nome di dagherrotipo, si contrappongono la profondità della carta e le ombre sfocate del calotipo messo a punto dall'inglese Talbot. La lastra di metallo permette di ottenere contorni precisi e l'esatta resa dei dettagli. Al contrario, il calotipo valorizza la composizione d'insieme e i giochi di luce tramite l'equilibrio delle masse e la densità delle ombre.

Auguste Belloc-Femme nue devant un miroir
Auguste Belloc
Femme nue devant un miroir, vers 1855
Musée d'Orsay
Don de Jean-Jacques Journet, 1986
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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Il 7 gennaio 1839, François Jean Dominique Arago, famoso matematico, fisico astronomo e uomo politico francese presenta all'Accademia delle Scienze di Parigi l'invenzione di Daguerre. Il 25 gennaio dello stesso anno Talbot illustra alla Royal Institution di Londra il procedimento da lui realizzato. La tecnica elaborata da Talbot che consiste nell'ottenere, grazie ad un negativo, un'immagine su carta, benché sia destinata ad un brillante avvenire, non procura al geniale inventore inglese il sostegno delle autorità del suo paese com'era invece avvenuto in Francia per Daguerre. A quest'ultimo, infatti, viene corrisposto un vitalizio annuo affinché la Francia possa far conoscere "all'umanità questa prodigiosa invenzione". Una simile iniziativa non è certo priva di senso politico; in questo modo, nell'anno del cinquantesimo anniversario della Rivoluzione, lo Stato Francese mostra quanto grande sia lo spirito d'iniziativa della nazione.
A partire dal 1841, svariati laboratori di dagherrotipia sono aperti in Francia e in tutta Europa. In un primo tempo presenti in numero ridotto, una dozzina di queste botteghe, la metà delle quali è ubicata nei pressi del Palais Royal, viene censita nella sola città di Parigi nel 1844. Questi laboratori subiranno un notevole incremento verso la fine del decennio. L'utilizzo di immagini più piccole riduce sensibilmente il prezzo dei ritratti rendendo, di fatto, il dagherrotipo accessibile ad un vasto pubblico.

Paul-Michel Hossard-Paris, les berges de la Seine avec la silhouette du Panthéon
Paul-Michel Hossard
Paris, les berges de la Seine avec la silhouette du Panthéon, entre 1843 et 1845
Musée d'Orsay
Don de la Fondation Kodak-Pathé, 1983
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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L'accoglienza che l'Accademia delle Belle Arti riserva al dagherrotipo è, invece, piuttosto ostile. La realizzazione apparentemente meccanica delle immagini rompe con il postulato su cui si fonda tutto l'insegnamento accademico basato sull'imitazione degli antichi maestri. Al contrario, i membri dell'Accademia delle Belle-Arti si pronunciano a favore del procedimento messo a punto da Hippolyte Bayard e simile a quello di Talbot: " I disegni di Bayard rivelano, agli occhi degli intenditori, l'aspetto dei disegni degli antichi maestri".
Tuttavia, alcune lastre dagherriane sono presentate, sul finire del 1839, nell'ambito di mostre d'arte. Nell'autunno di quello stesso anno, nella città di Edimburgo, un dagherrotipo di Daguerre raffigurante le Tuileries viene esposto nel corso di una mostra in cui le creazioni artistiche sono mischiate con oggetti fatti a mano. Nell'ambito della suddetta mostra, sono altresì esposti trenta disegni fotogenici di Talbot. A Parigi, durante la mostra dei Prodotti dell'Arte e dell'Industria del 1844, una serie di dagherrotipi è esposta accanto agli strumenti per artisti e alle litografie. La giuria, in questo modo, sancisce l'ingresso del dagherrotipo nella sfera artistica. Tuttavia, l'ammissione della fotografia nella lista delle belle arti procede lentamente. Difatti, bisognerà attendere il 1859 prima che le fotografie su carta, dopo la scomparsa del dagherrotipo, siano mostrate, come le pitture e le sculture, nel corso dei Salon.

Jean-Baptiste Sabatier-Blot-Fillette assise tenant un cerceau
Jean-Baptiste Sabatier-Blot
Fillette assise tenant un cerceau, vers 1850
Musée d'Orsay
Don de la Fondation Kodak-Pathé, 1983
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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Durante lo svolgimento di The Great Exhibition of the Works of Industry of all Nations, la prima delle grandi mostre universali organizzata a Londra nel 1851, la Gran-Bretagna espone le fotografie sia nella sezione Machinery, sia in quella riservata alle belle-arti. Questa duplice collocazione riflette la posizione mediana della giuria che, nella sua relazione precisa quanto segue: "La fotografia occupa al momento una posizione intermedia tra arte e scienza, una collocazione che può favorirne lo sviluppo nell'una o nell'altra direzione (...) Le belle collezioni di fotografie esposte oggi consentiranno di ambire al miglioramento di quest' arte". Il dagherrotipo, ritenuto all'epoca come il primo procedimento fotografico conosciuto, è apprezzato per la precisione con la quale sono raffigurati ritratti e vedute architettoniche. Tuttavia, la presenza della fotografia su carta e la comparsa dei negativi su vetro, danno avvio al declino di questo procedimento. L'Esposizione universale di Parigi, nel 1855, è l'ultima manifestazione in cui i dagherrotipi sono mostrati al pubblico.

Louis Adolphe Humbert de Molard-Louis Dodier en prisonnier
Louis Adolphe Humbert de Molard
Louis Dodier en prisonnier, en 1847
Musée d'Orsay
Don de la famille Braunschweig en souvenir de la galerie Texbraun par l'intermédiaire de la Société des Amis du Musée d'Orsay, 1988
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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Sin dal 1979, il museo d'Orsay ha inserito la fotografia in seno alle sue collezioni. La donazione Kodak del 1983, comprendente svariate centinaia di dagherrotipi francesi ed americani, ha portato alla costituzione del nucleo principale di questa collezione fotografica che, da quel momento in poi, si è ampliata con opere d'immenso valore ed eccezionali per il loro soggetto, la loro storia o il loro modello.
La collezione del museo d'Orsay permette così di dare il giusto rilievo alle capacità dei seguaci di Daguerre, alla loro volontà di inventare una realtà ricostruita davanti all'obiettivo. Tale collezione mostra che, sin dagli inizi, oltre che nei più famosi laboratori commerciali, la tecnica del dagherrotipo veniva praticata anche a livello amatoriale. Ci riferiamo proprio ai celebri lavori di Adolphe Humbert de Molard che, prima di dedicarsi completamente alla fotografia su carta, realizza una serie considerevole di dagherrotipi. Le sue immagini compongono una sorta di piccolo teatro creativo, ispirato alla pittura e ai sainete cari ai quadri viventi di moda intorno al 1840.

Louis-Auguste Bisson-Etudes de chevaux : cheval blanc dans un enclos, 1844-48
Louis Auguste Bisson
Etude : cheval blanc dans un enclos, entre 1844 et 1848
Musée d'Orsay
acquis par la Commission nationale de la photographie pour le musée d'Orsay en 1990
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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I dagherrotipi del museo d'Orsay mostrano altresì gli stretti legami che esistono tra la nascente fotografia e i pittori. Nonostante l'atteggiamento sprezzante dell'Accademia, molti sono coloro che fanno uso o collezionano fotografie. Nel 1843, ad esempio, il pittore Léon Riesener realizza un ritratto molto rassomigliante e commovente di suo cugino: Eugène Delacroix (opera che non figura in mostra per motivi di conservazione). Proprio su specifica richiesta della sua amica d'infanzia, la pittrice animalista Rosa Bonheur, Louis-Auguste Bisson manifesta tutto il suo talento nel cogliere la veridicità delle posture in molti Studi di cavallo.
Due lastre di Pierre-Ambroise Richebourg, raffiguranti i disegni di architetture neogotiche dell'architetto Hippolyte Durand e presentate al Salon del 1845, sono state recentemente acquisite dal museo. In virtù delle sue qualità tecniche, il dagherrotipo riproduce fedelmente i tratti del disegno e mostra la capacità della fotografia nel riprodurre l'arte. In questo modo esso si pone in competizione con l'incisione.
In seguito, intorno alla metà del XIX secolo, mentre l'invenzione di Daguerre si avvia al declino, il barone Gros, soprannominato "il Napoleone della lastra" per la qualità straordinaria delle sue immagini, conferisce al dagherrotipo la patente di nobiltà. Questo aristocratico, riesce ad esaltare al meglio le qualità di chiarezza e di leggibilità dell'immagine come nel suo Dettaglio del fregio dei Panatenei, Partenone di Atene.

Baron Jean-Baptiste Louis Gros-Détail de la frise des Panathénées, Parthénon, Athènes
Jean-Baptiste Louis (baron) Gros
Détail de la frise des Panathénées, Parthénon, Athènes, en 1850
Musée d'Orsay
Don de M.Roger Thérond, 1985
© Musée d’Orsay, Dist. RMN-Grand Palais / Patrice Schmidt
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Il dagherrotipo scompare completamente in Europa intorno al 1860, vittima della sua unicità. Tuttavia, in appena venti anni di vita, il prestigio ottenuto ha consentito a questa tecnica di esercitare un ruolo preponderante e duraturo nella storia della fotografia. L'annuncio della sua invenzione fa da sprone agli altri creatori, tra i quali spicca la figura di Talbot. Verso la metà dell'Ottocento, rifacendosi proprio alla precisione della lastra dagherriana, Archer inventa il procedimento al collodio umido che coniuga negativo riproducibile e accuratezza dei tratti. Da un punto di vista estetico, rispetto alle ombre sfocate del calotipo, il dagherrotipo impose una visione chiara e leggibile che molti fotografi ricercano ancora oggi.