Musée d'Orsay: Architettura e Arti Grafiche

Architettura e Arti Grafiche

Ville dei campi

Sale 17 e 21

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Marcel GuilleminaultUna casa in campagna, pianta e costruzione© RMN-Grand Palais (musée d'Orsay) / Franck Raux © Droits réservés
La villa, luogo agrario in origine, è associata a un’arte di vivere che promuove lo spazio, la vista della natura e la funzione del ricevimento. Durante l’Ottocento, soprattutto a Parigi, lo sviluppo delle fabbriche e della ferrovia unito alla concentrazione sempre maggiore della popolazione, suscitano una voglia di esterno. Il moltiplicarsi delle abitazioni individuali è un fatto spiegabile anche con la progressiva scomparsa delle grandi proprietà fondiarie che lasciano così spazio a terreni edificabili. Tra le competenze degli architetti ci sarà quella di concepire l’abitazione familiare, dalla cellula operaia a quella di impiegati e commercianti fino alle residenze della grande borghesia. Viollet-le-Duc teorizza l’argomento redigendo un’opera didattica, Histoire d'une maison, apparsa nel 1873. La villa evoca dunque luoghi di villeggiatura (il mare, un lungofiume, una foresta). La richiesta di vicinanza alla città fa sì che gli architetti riutilizzino i codici stilistici della campagna nelle costruzioni dell’immediata periferia. Nasce allora la villa suburbana o "Villa des champs” [Villa dei campi] secondo la definizione di Viollet-le-Duc.

Jules RischmannProgetto di villa sulle sponde della Senna© RMN-Grand Palais (Musée d'Orsay) / Hervé Lewandowski
Se da un lato la villa diventa espressione di un desiderio di spazi verdi da parte di una popolazione diversificata, dall’altro si configura, negli ambienti benestanti, come una via di mezzo tra il cosiddetto hôtel particulier cittadino e la casa di campagna. Il riferimento al castello resta infatti una costante attraverso l’uso della torre o torretta che si trasforma a poco a poco in belvedere nelle ville moderniste. Degno di nota è anche il rapporto col giardino. Da ciò deriva infatti lo sviluppo delle gallerie vetrate e delle tettoie, le quali rimandano esplicitamente ai giardini d’inverno o alle serre dei parchi. Questi tratti stilistici, molteplici e misti, non devono far dimenticare l’influenza inglese dei cottage, un modello storico. In seguito, il periodo a cavallo tra le due guerre favorirà la costruzione di grandi ville associate a luoghi mondani, come il campo da golf, o legate all’arte, come atelier o luoghi espositivi. Estrapolando il tema della costruzione individuale in un ambiente naturale, la villa può anche essere simbolo di una fuga personale all’interno di un percorso di vita, un concetto ben espresso dalla "casetta" di François Garas.

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Dall’architettura all’archeologia, i teatri antichi da Pompei a Timgad

In fondo alla navata

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Albert BalluRestituzione del foro dell’antica città di Timgad, taglio longitudinale con il teatro© RMN-Grand Palais (musée d'Orsay) / René-Gabriel Ojéda
I teatri antichi occuparono un posto d’onore durante il cosiddetto viaggio in Italia, riunendo in sé una ricchezza decorativa, una struttura architettonica e un rapporto con l’urbs del tutto singolari. Corsi di archeologia furono peraltro dispensati a Villa Medici a partire dal 1836, il che denota l’importanza attribuita a questa disciplina nella formazione degli architetti presenti all’Accademia di Francia a Roma. Victor Baltard fu tra i primi a godere dell’insegnamento impartito da Antonio Nibby, il quale diresse in particolare gli scavi del Colosseo. I suoi rilievi, quindi le fotografie di Alfred-Nicolas Normand e i disegni di Louis Boitte ‒ Prix de Rome rispettivamente nel 1846 e nel 1859 ‒ permettono di affrontare le sfide poste dallo studio di queste vestigia monumentali. Tuttavia, una crescente diffidenza verso l'archeologia, sospettata di insegnare solo un’imitazione servile dell’Antichità, sconvolse il rapporto con la pratica del restauro. Benché eseguita in un contesto diverso, la maestosa serie consacrata al teatro di Timgad (l'antica Thamugadi romana), disegnata da Albert Ballu nel 1900, contraddice l’idea secondo la quale le restituzioni non eserciterebbero più il fascino e la stimolazione attese da un lavoro artistico.

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