Musée d'Orsay: A colori, la scultura policroma in Francia 1850-1910

A colori, la scultura policroma in Francia 1850-1910

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2018

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Andrea della RobbiaLa Vierge à l'Enfant avec trois chérubins© RMN-Grand Palais (musée du Louvre) / René-Gabriel Ojéda / Thierry Le Mage
Dall’Antichità fino al Rinascimento, la scultura occidentale, religiosa o profana, è il più delle volte policroma. Il colore viene però abbandonato progressivamente dall’arte erudita, che assume come norma estetica il candore dei marmi greco-romani che hanno perduto la loro policromia dopo secoli di scavi. Di conseguenza, le accademie non esaltano il colore per l’arte statuaria: così, nel XVIII secolo, lo scultore Falconet afferma che “ciascuna delle arti possiede mezzi di imitazione propri, il colore non rientra in essi per quanto riguarda la scultura”. Tuttavia, la policromia non scompare e resta relegata a certe forme di scultura religiosa e popolare.

Antoine-Louis BaryeGuerriero tartaro a cavallo© RMN-Grand Palais (Musée d'Orsay) / Christian Jean
Alla fine del XVIII secolo, gli scritti dell’archeologo e storico dell’arte tedesco Johann Joachim Winckelmann, tradotti rapidamente in francese, aggiungono un valore morale al candore del marmo: l’idea di un ideale estetico universale, monocrome, domina l’arte statuaria europea nel XIX secolo. Con il Romanticismo, appaiono però alcuni tentativi isolati di policromia. L’archeologia si interessa alla scultura policroma antica e medievale, e avrà un ruolo importante nella sua rivalutazione. Nei musei era possibile ammirare delle celebri sculture policrome antiche, alcune delle quali sono eccezionalmente riunite qui. Nel XIX secolo si distinguono due tipi di policromie. La policromia “naturale”, accostamento di marmi di colori diversi e talvolta di bronzi patinati, e la policromia “artificiale”, in cui qualsiasi tipo di materiale (marmo, gesso, avorio, cera, legno) viene dipinto e a cui possono essere aggiunti ornamenti preziosi.

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